Una norma europea minaccia il Cannonau: monta la rivolta dei produttori

Se non si corre ai ripari il più famoso vino sardo, e anche il più antico, potrà essere prodotto anche fuori del territorio isolano. Una grave minaccia per l’economia enologica sarda che vale 64 milioni di euro. La scoperta: il Cannonau esisteva già 3200 anni fa e fu portato in Spagna e non viceversa come si è creduto per secoli

Una norma europea minaccia il Cannonau: monta la rivolta dei produttori

Salvate il Soldato Ryan: una grave minaccia rischia di abbattersi sul Cannonau, il più antico dei vitigni sardi, il vino che più di tutti si identifica con le tradizioni enologiche isolane al punto di esserne considerato il testimone più rappresentativo  non solo in Italia ma nel mondo. Il pericolo arriva dall’Unione Europea che l’anno passato ha approvato un regolamento sui vini tipici che  prevede  che  “la protezione si applica al nome intero compresi i suoi elementi costitutivi purché siano di per sé distintivi. Non sono protetti gli elementi non distintivi o generici di una dop o di una IGP”

Passando dal burocratese alle realtà dei fatti ciò significa che se non si correrà presto ai ripari queste Dop non saranno più blindate e conseguentemente i vitigni che ne fanno parte potranno essere utilizzati in altri territori al di fuori della Sardegna. Chi corre più pericoli è proprio il Cannonau diffuso e commercializzato in altre regioni con altri sinonimi e che gode di grande interesse da parte dei consorzi di tutela e dei produttori per la maggiore notorietà e quindi appetibilità commerciale rispetto ai sinonimi equivalenti, Tocai rosso, Alicante,  Gamay del Trasimeno.

L’economia del vino in Sardegna muove 65 milioni di euro

Per capire la dimensione del fenomeno e la sua portata economico sociale basta riflettere sul fatto che il Cannonau è il vino di gran lunga più prodotto in Sardegna al quale è destinato il 27% della superficie vitata: 7.411 ettari su 27.217, dei quali 4.875 si trovano nella vecchia provincia di Nuoro.

Ma ci sono altri vitigni a rischio, come il Nuragus di Cagliari (1.492 ettari coltivati a Cagliari su un totale di 1.880 in tutta la Sardegna), il Nasco che conta 147 ettari (131 nella vecchia provincia di Cagliari), il Semidano (38 ettari dei quali 17 a Cagliari e 20 a Oristano) e il Girò (88 ettari 44 dei quali nella ex provincia di Sassari).

La norma europea rischia di trasformarsi insomma in un vero e proprio terremoto economico, visto che il fatturato del vino in Sardegna ammonta a circa 65 milioni di euro, e che gli ettari vitati a vino di qualità in questi ultimi tempi sono pressoché raddoppiati, ma anche in una grave ferita inferta alla tipicità e all’identità di un vino principe che porta con se millenni di storia autoctona.

Esisteva già 3.200 anni fa non viene dalla Spagna

Recenti  ritrovamenti di antichi vinaccioli di Cannonau in vari siti archeologici della Sardegna hanno permesso di riscrivere parte della storia dell’origine della domesticazione della vite non solo in Italia ma anche nel Mediterraneo. In occasione degli scavi condotti nel 2002 a Borore nel sito archeologico di Duos Nuraghes, sono stati rinvenuti infatti centinaia di vinaccioli di vite carbonizzati dal tempo, databili intorno al 1200 avanti Cristo, 3.200 anni fa. Questa scoperta – che ha portato alla ribalta nazionale il sito di Duos Nuraghes – oltre a dimostrare che le popolazioni nuragiche coltivavano la vite e producevano vino, ha permesso di capire che il “Cannonau sardo, che fino ad oggi si pensava fosse stato importato dalla Spagna, è di una varietà diversa da quella iberica e potrebbe essere viceversa originario della Sardegna ed essere stato quindi esportato in Spagna, esattamente il contrario di quanto si è creduito per secoli,  seguendo la irradiazione primaria della agricoltura, proveniente dalla Mezzaluna fertile.

uva cannonau

La teoria storica ufficiale fino alle recenti scoperte sui vinaccioli sardi raccontava che la domesticazione della vite, nata nell’area del Caucaso e della Mesopotamia, venne trasferita progressivamente in Anatolia e in Egitto, da qui nelle isole egee, in Grecia e nel resto dell’Europa, infine grazie ai Fenici arrivò nel Mediterraneo Occidentale e in Sardegna. Oggi, con le recenti scoperte archeologiche, si può affermare con certezza che con l’arrivo dei Fenici, in Sardegna la coltivazione e domesticazione della Vitis vinifera era già conosciuta[7].

Prodotto culturale della storia di un popolo

Pochi vini come il Cannonau rappresentano una identità di popolo. Ce lo spiega Mariano Murru, Presidente Assoenologi Sardegna: “Il Cannonau è senza dubbio il vino sardo per eccellenza, forse quello che meglio identifica la storia, le tradizioni e il carattere dei sardi. Il più diffuso in Sardegna ed il più amato e conosciuto fuori dall’isola. Il vino che forse allietava già i nostri antenati nuragici e che si è diffuso con successo negli altri paesi del mediterraneo e del mondo. E’ il vino che colpisce per il suo colore rubino brillante, che sa essere intenso e speziato come la macchia mediterranea, ben riconoscibile nel mirto, nel cisto e nel lentisco; ma sa essere anche delicato ed elegante con le sue note di rosa e di viole, ammaliante con le note di frutta rossa, dove spiccano le ciliegie e la marasca. Note perfettamente amalgamate con le spezie più dolci
ricevute in dono dal legno. È un vino – aggiunge Murru – che al gusto si presenta caldo ed accogliente come l’ospitalità dei suoi abitanti; forte e fiero, ma anche riservato ed “austero” come il carattere dei sardi stessi, lungo e persistente come il ricordo che si prova quando si lascia quest’isola incantata che non assomiglia a nessun altro posto al mondo. Il cannonau è il vino che accompagna le feste e le ricette della cucina tradizionale, strettamente legato allo stile di vita e alla dieta mediterranea che ha permesso al popolo sardo di essere citato tra i più longevi in assoluto”.

Gianni Lovicu del Dipartimento per la Ricerca nella Arboricoltura dell’agenzia Agris Sardegna giustamente sottolinea che “il problema dell’origine dei vitigni non è una semplice disputa tra specialisti, ma è un aspetto che può dare valore aggiunto alle produzioni tipiche. È, in sintesi, l’esaltazione della biodiversità, intesa non solo come differenza biologica, ma anche come prodotto culturale della storia di un popolo. E questo è tanto più vero nel caso del vino, profondamente legato ad aspetti religiosi, tradizioni, usi e costumi dei popoli.

Se le origini del vitigno risalgono a 3000 anni fa Il vino Cannonau compare per la prima volta in un documento ufficiale del 21 ottobre 1549 a Cagliari. E’ un atto del notaio Bernardino Coni. La città era colonizzata dai catalani di Pietro IV d’Aragona, fu un atto protezionistico che impediva di portare vino nella città da un territorio circostante ancora non conquistato dagli iberici, ma capace di produrre molto vino.

In difesa del Cannonau scende in campo anche Riccardo Cotarella, presidente nazionale Assoenologi: “Un vitigno così antico e conosciuto come il Cannonau e fortemente legato al suo territorio, non può finire nelle mani di tutti. Non si può immaginare di vendere un ipotetico ‘Cannonau del Veneto‘, così come sarebbe impensabile la ‘Corvina della Sardegna‘, o il ‘Prosecco delle Marche’. Dare il via libera a questa norma Ue sarebbe un grandissimo errore, anche dal punto di vista sociologico. Il nome del vitigno senza territorio diventa qualcosa di generico: conta prima tutto dove vengono allevate le uve, subito dopo da chi (ovvero il prestigio del produttore) e poi vengono le uve, in sé”.

Insomma questa normativa UE è un affronto culturale, sociale, economico e storico non solo alla Sardegna ma al patrimonio enogastronomico.

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