Dieta: gli italiani in Lockdown hanno riscoperto il riso in tavola

I consumi sono aumentati del 16 per cento. Una scelta di comodità gastronomica dovuta alla varietà delle preparazioni casalinghe durante il periodo di chiusura in casa. Ma dovuta anche a una precisa scelta alimentare nel privilegiare cibi considerati più salutari. Anche la Fondazione Veronesi sostiene che il riso ricco di polifenoli e antocianine, va riscoperto per le sue proprietà nutrizionali.

Dieta: gli italiani in Lockdown hanno riscoperto il riso in tavola

Per la Fondazione Umberto Veronesi è un cereale da riscoprire. Occupa un posto di primaria importanza nella dieta mediterranea ed è sempre maggiore l’interesse della comunità scientifica sulle proprietà salutari di quello integrale e di quelli pigmentati, rosso e nero, che possono essere considerati come veri e propri cibi funzionali ricchi di polifenoli.

Grazie agli studi condotti su modelli animali, sappiamo, infatti, che le varietà rosso e nero riducono l’insorgenza di placche aterosclerotiche, la principale causa di ischemia coronarica. Sappiamo che il nero può avere un effetto anti-obesità e anti-diabetico, grazie alla presenza delle antocianine (pigmenti rossi e viola presenti in molti vegetali). E, infine, sappiamo che il nero riduce la perdita di memoria in modelli animali di Alzheimer.

Stiamo inoltre cominciando a capire che l’azione protettiva non è solo dovuta al fatto che i polifenoli contenuti sono molecole antiossidanti, ma anche al fatto che sono potenti antinfiammatori e che sono in grado di funzionare come molecole segnale in grado di attivare i meccanismi di difesa dell’organismo.

Per chi non l’avesse già capito, stiamo parlando del Riso, alimento principe della dieta degli italiani che lo hanno sempre più introdotto nei propri consumi alimentari.

Secondo un rapporto stilato dalla Fao e dall’Ocse, sulle prospettive del settore agricolo mondiale nei prossimi dieci anni da qui al 2029 l’Europa consumerà sempre più riso. Per l’Europa si prevede un aumento del consumo pro capite dagli attuali 6,4 kg/anno a 6,7 kg/ anno; ancora lontani dai livelli di Africa, Asia, e America Latina, ma in controtendenza rispetto alla diminuzione prevista per il resto del mondo, eccetto l’Africa.

In Italia abbiamo già cominciato. Il consumo di riso nel bel paese durante la fase del Lockdown ha fatto registrare un aumento record degli acquisti del 16% dovuto alla preparazione casalinga dei pasti. Ma non si è trattato solo di un fatto di comodità culinario – gastronomica, bensì di una precisa scelta alimentare che testimonia anche una svolta verso il consumo di cibi considerati più salutari.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti relativa al primo semestre del 2020 sulla base dei dati Ismea divulgata in occasione dell’inizio della prima raccolta del riso in Italia al tempo della pandemia con il via alle prime trebbiature su tutto il territorio nazionale.

L’Italia è il primo paese produttore di riso in Europa. Nel 2018 le superfici dedicate (pur diminuite del 5% rispetto all’anno precedente) hanno raggiunto i 218mila ettari coltivati da quasi 4mila aziende. Con oltre 200 varietà iscritte al registro nazionale il nostro paese ha la leadership di settore in Europa, assicurando oltre il 50% della produzione totale di riso europeo. Il riso italiano si distingue da quello coltivato nel resto del mondo grazie a varietà tipiche e apprezzatissime come il Carnaroli, l’Arborio, il Vialone Nano, il S. Andrea e il Baldo.

Produzioni di eccellenza, valorizzate grazie ai marchi DOP e IGP che riconoscono le specificità dei territori di origine, come la Baraggia biellese e vercellese, o le aree geografiche tipiche del Carnaroli pavese, il Vialone Nano veronese, il riso del Delta del Po.

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Detto questo va però osservato che il riso è stato oggetto di una vera e propria guerra commerciale con l’inizio della pandemia con accaparramenti, controlli sui raccolti e limiti alle esportazioni da parte dei principali paesi produttori per garantire le forniture alimentari ai propri cittadini.

Un momento dunque importante per l’Italia che assicura 1,50 milioni di tonnellate di risone l’anno, pari a circa il 50% dell’intera produzione Ue e con una gamma varietale unica e fra le migliori del mondo. Sempre secondo la Coldiretti per quest’anno si prevede una buona produzione di alta qualità, nonostante i danni causati dal maltempo in alcune regioni del Nord, con un aumento del 4% degli ettari coltivati che salgono a 228mila, di cui quasi l’80% concentrati in tre province del Piemonte e della Lombardia (Vercelli, Pavia e Novara) ma la coltivazione è presente anche in Veneto, Emilia, Toscana, Sicilia e Sardegna.

Dalle risaie Made in Italy nascono inoltre opportunità di lavoro per oltre diecimila famiglie tra dipendenti e imprenditori impegnati nell’intera filiera, senza dimenticare lo straordinario impatto sul paesaggio, sull’ambiente e sulla biodiversità con 200 varietà, iscritte nel registro nazionale, dal vero Carnaroli, con elevati contenuti di amido e consistenza, spesso chiamato “re dei risi”, all’Arborio dai chicchi grandi e perlati che aumentano di volume durante la cottura fino al Vialone Nano, il primo riso ad avere in Europa il riconoscimento come Indicazione Geografica Protetta, passando per il Roma e il Baldo che hanno fatto la storia della risicoltura italiana.

A preoccupare è, però, il boom di arrivi di prodotto dai paesi asiatici, con una vera e propria invasione che ha saturato il mercato facendo concorrenza sleale ai coltivatori Made in Italy.

Lo dimostra il caso del Myanmar (l’ex Birmania) che nel 2020 ha aumentato del 44% le esportazioni di riso di varietà Japonica in Italia e continua a godere delle esenzioni tariffarie che erano state, invece, sospese per la varietà Indica con la decisione di applicare la clausola di salvaguardia.

Ma anche le importazioni dal Vietnam sono cresciute del 17% e sono destinate ad aumentare ulteriormente grazie all’entrata in vigore nell’agosto scorso dell’accordo di libero scambio con la Ue che comporta l’ingresso a dazio zero di 80mila tonnellate di riso lavorato, semilavorato e aromatico.

Ma non è solo una questione di concorrenza penalizzante, c’è anche soprattutto una questione di carattere sanitario. Per la sicurezza dei consumatori è necessario eliminare le soglie di tolleranza per le sostanze vietate all’interno dell’Ue con il divieto all’importazione di prodotti agricoli contenenti sostanze attive non approvate nell’Ue con reciprocità nelle regole sull’uso degli agrofarmaci tra i produttori Ue e tra questi e quelli dei paesi terzi.

Di qui la necessità che la Commissione UE consideri nell’ambito dei negoziati internazionali per gli accordi di libero scambio, il riso come prodotto “sensibile”, evitando nuove concessioni all’import e rendendo obbligatoria a livello europeo in etichetta l’indicazione del Paese di origine in modo da indirizzare gli investimenti dei fondi comunitari per la promozione solo verso il riso coltivato nell’Unione.

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