Demonizzare il vino è contro il Vangelo: parola di Franco M. Ricci (FIS)

Il presidente dei sommelier sottolinea come il vino sia diventato un patrimonio riconosciuto all’estero del Made in Italy e della nostra economia. Ma critica anche l’assenza di politiche di sostegno alla sua promozione. E auspica la diffusione di una cultura della conoscenza e dell’uso consapevole del vino fra i giovani

Demonizzare il vino è contro il Vangelo: parola di Franco M. Ricci (FIS)

“Il miracolo del vino alle nozze di Cana fu un attentato alla salute delle persone presenti al banchetto nuziale?  E la Madonna che si rivolse al figlio per indurlo a compiere il suo primo miracolo poteva mai pensare di far del male ai commensali del matrimonio rimasti all’asciutto?”.

Franco Maria Ricci, si affida – fra l’ironia e la provocazione – ad una domanda retorica per condensare il senso di quaranta anni di battaglie in favore di un uso consapevole e culturale del Vino  condotte  prima dall’AIS, Associazione Italiana Sommelier, poi da Presidente della FIS,  Fondazione Italiana Sommelier, e ora anche da presidente di Worldwide Sommelier Association, presente in 32 paesi del mondo.

Partiamo da un assunto, che cos’è il vino per Franco Maria Ricci? E’ soprattutto cultura, è storia, è introspezione, è relazione,  è aspirazione  ad un mondo migliore, è conoscenza. E’ filosofia di vita prima che una bevanda. E potremmo andare avanti per molto, perche i significati che l’infaticabile,  inarrestabile e vulcanico  Ricci attribuisce al vino sono infiniti.  Ma è soprattutto passione coinvolgente che, come tutte le passioni, ti spinge a superare tutti gli ostacoli, a osare, e ad aprirti a vie nuove.  E solo con questa parola, “passione”, si spiega come abbia potuto ottenere,  nel corso della sua intensa carriera di sommelier ma anche di editore di Bibenda, la più prestigiosa guida di vini italiani, di organizzatore di manifestazioni enogastronomiche nazionali ed internazionali, alle quali invita personalità del mondo politico e dello spettacolo per parlare di vino,  di giornalista, di scrittore, quello che non era mai riuscito a nessuno prima di lui.

Come per esempio di indurre il governo italiano a consegnare come omaggio ai capi di stato ed alle delegazioni internazionali che vengono in visita ufficiale in Italia, un  cofanetto  di Vino e di Olio pregiati in rappresentanza del nostro Made in Italy, famoso nel mondo, al posto di libri e stampe antiche, come si usava prima,  che parlano di epoche passate e non del presente.  E che dire di quando all’XI Forum Internazionale della cultura del vino dedicato al tema ‘Il Valore del Tempo’ che si è svolto alla Luiss, alla presenza del Capo dello Stato ha conferito al presidente Mattarella  il riconoscimento di ‘Sommelier onorario’? Per non parlare di quanto ha guidato una delegazione di operatori del vino ad un’udienza papale riuscendo anche in quella circostanza a nominare Papa Francesco Sommelier Onorario incassando uno straordinario risultato, il discorso di ringraziamento del Pontefice  che ricordava con commozione il nonno vignaiolo di origini piemontesi. E non si finisce qui, perché si deve anche ricordare, per dovere di cronaca, che Sommelier  Onorario è stato insignito anche il Principe Carlo d’Inghilterra.  Paese, tanto per capirci, dove l’export del vino italiano vola con le ali ai piedi, più 38 per cento e dove si stappano più bottiglie di Prosecco che non in Italia. Insomma una vita dedicata al vino dopo essere partito dalla collaborazione con Federico D’Amato ideatore della Guida dei Ristoranti de L’Espresso.

Insomma l’Italia del vino è oggi una realtà internazionale  con cifre di assoluto rispetto, tutti parlano di vino, i corsi da sommelier sono presi d’assalto, per tutta la penisola è un fiorire di enoteche. Ci si può dichiarare soddisfatti?

“Ma neanche per sogno, reagisce animatamente Franco Maria Ricci, siamo solo all’inizio e dobbiamo recuperare  un’arretratezza  atavica  della cultura del vino nel nostro Paese   non solo dal punto di vista della qualità organolettica ma soprattutto, e ribadisco soprattutto,  della sua potenzialità come volano di opportunità  economiche per la nazione ”. E qui parte la prima critica alla politica miope di un Paese  che siede su uno scrigno di tesori,  artistici, architettonici, enogastronomici, ambientalistici e lo lascia chiuso senza rilevarne le sue opportunità di crescita e di benessere per larghe fasce di popolazione.

Per Franco Maria Ricci infatti, quando settant’anni fa si disegnò lo schema del Paese Italia, nessuno rifletté sul fatto  che avevamo enormi  giacimenti di ricchezza che avrebbero potuto darci benessere in abbondanza: “Non ne do colpa alla politica di allora, perché nessun politicante, neanche i nostri padri fondatori della Repubblica avrebbero potuto pensare allora al pomodoro, al vino, o al Colosseo come fonte di benessere. Certo uscivamo dalla guerra e avevamo grandi problemi di sviluppo da affrontare  sull’immediato. Ma quello che è successo dopo è a dir poco criminale.  Abbiamo il 60 per cento del patrimonio artistico mondiale e non abbiamo un ministero del Turismo che  possa studiare politiche mirate alla promozione dell’azienda turistica italiana. ”

Se poi si passa al vino la constatazione è ancora più amara e critica.  Per Ricci infatti se oggi il vino è diventato in Italia una bandiera della produzione dell’eccellenza qualitativa italiana questo non lo si   deve certo alla  politica. “E’ merito piuttosto e, direi, solo,  di alcuni coraggiosi imprenditori, tanto per intendersi del calibro degli Antinori, di Mario Incisa della Rocchetta, di  Gaja, e poi di altri piccoli onesti e appassionati produttori in Piemonte, in Veneto, in Toscana e, ovviamente,  di enologi di gran valore – uno per tutti il grande Giacomo Tachis – che dagli anni 80  quando il vino italiano andò in crisi sui mercati internazionali per la vicenda del metanolo  hanno tenuto duro e  hanno lavorato per costruire,  passo dopo passo, il riscatto  dell’immagine  – e non è certo un fatto di estetica o di marketing ma essenzialmente di valori e contenuti – di un vino  che ha saputo farsi apprezzare nel mondo per le sue straordinarie qualità. Ma in questo lungo processo di avvicinamento alla consapevolezza della cultura del vino mettiamoci anche l’entrata in campo di un esercito di sommelier che hanno spiegato al consumatore quali sensazioni a valori cercare nel vino e nei suoi abbinamenti”.

Il mondo del vino ha dunque saputo fare la sua parte  – non si arriva a esportare per 6  miliardi di euro, non si arriva a fatturare per 11miliardi e mezzo di euro con indici statistici in costante incremento occupando  1,2 milioni di addetti – se non   lavorando sulla qualità con perseveranza e dedizione, lo stesso non può dirsi della politica che tutti questi anni si è limitata a gestire l’ordinario mai pensando che sul vino si poteva investire con la certezza di un ritorno economico. “E questa è la nota dolente – osserva Ricci – è mancata proprio la cultura nell’accezione più estesa del termine. ‘In oltre 30 anni di attività abbiamo lavorato  perché l’Italia si emancipasse alla conoscenza di un prodotto che genera una esperienza culturale di conoscenza alla biodiversità italiana. Basti solo pensare  che l’insieme dei vitigni del mondo rappresenta solo una piccola parte rispetto alle varietà di uve presenti nel nostro Paese, dal Piemonte alla Sicilia. Questo per noi è oro racchiuso nella cassaforte del territorio Italia. Ma siamo rimasti soli, nessuno ci ha aiutato a far emergere i valori positivi del vino.  Al contrario, siamo rimasti inascoltati dalle Istituzioni quando abbiamo chiesto in questi anni di sdoganare il vino dai concetti demonizzanti  di una cultura della negazione”.

Certo a guardarsi indietro si registra una forte colpevole negligenza della classe politica verso un settore che oggi rappresenta una realtà importante nell’economia del Paese. Basti pensare che solo quattro anni fa un presidente del Consiglio ha ritenuto doveroso presenziare all’inaugurazione del Vinitaly di Verona vetrina internazionale del Made in Italy del vino. Nessuno si era fatto mai vedere in tanti anni. “Purtroppo il nostro  è un paese di ciechi e di nani mentali . In tutti questi anni ci siamo riempiti la bocca di bei paroloni, ma nessuno ha pensato che la tipicità, la unicità, la diversità, dei nostri patrimoni artistici e enogastronomici sarebbero diventati, in un mondo che marciava verso l’omologazione, uno strumento di crescita reale.

Quello che è accaduto per il vino avrebbe potuto verificarsi anche con le nostre spiagge, i nostri siti archeologici, i nostri panorami, le nostre città d’arte, per i nostri tartufi o , che ne so, per le nostre patate, se tutto questo fosse stato considerato come un bene su cui fondare lo sviluppo di un importante settore dell’economia e non terra da far west da saccheggiare, deturpare o inquinare. Ecco, se avessimo considerato le ricchezze reali del nostro territorio come un potenziale economico invece che buttare soldi nelle acciaierie o in certe industrie chimiche o in altre avventure automobilistiche forse oggi non avremmo pagato neanche una lira di tasse perché il pomodoro, l’olio, la pasta, il Colosseo, il vino ci avrebbero dato tanto benessere. Diciamo che avevamo una fortuna, ma non siamo stati fortunati nel coglierla”.

Ma forse ciò che più ha nuociuto al vino nel corso di questi anni più che le mancate politiche di sostegno  e incentivazione è stata la sua demonizzazione, una condanna che si porta appresso da tempo immemorabile, il vino come fuga dalla realtà.

“Si, si fa un gran parlare delle stragi del sabato sera. E questo mi irrita. Perché si mette sotto accusa un mondo, quello del vino  che esalta la bellezza della vita non certo la morte. Sono tutti pronti nel condannare l’abuso del vino, spesso causa di incidenti, ma nessuno si pone il problema di quali responsabilità ci siano a monte di quelle stragi, del perché i giovani non siano stati appassionati al vino e al magico mondo che gli ruota attorno.  Quella è la non cultura del vino, quella cosa che è stata bevuta in modo direi quasi dispregiativo, è una cosa liquida, non vino,  assunta come espediente di alienazione, di estraneazione, al pari di uno spinello, che non ha nulla a che vedere col vino. E proprio in questo è la responsabilità massima della politica e delle sue istituzioni. Noi la nostra parte per educare il consumatore alla gioia del vino l’abbiamo fatta. Ma non poteva spettare a noi  modificare l’approccio culturale al vino nella mentalità comune.

Un esempio per tutti: nella rete televisiva di stato – non tutti lo sanno –  non si può parlare  parlare di vino nella fascia protetta. I giovani non devono sapere. E’ pazzesco! E questa demonizzazione a cosa porta ? Che il vino viene vissuto dai giovani come una trasgressione, una fuga dalla realtà, al pari della droga,  con tutto il fascino satanico che ciò comporta. Non mi stancherò mai di  dire che tutto ciò è frutto della più becera ignoranza. Paradossalmente in Italia abbiamo, 200.000 persone che conoscono il vino e ne apprezzano i valori e 60 milioni di cittadini che lo ignorano e ignorano soprattutto la ricchezza umana, sociale, antropologica, culturale che c’è dietro.  Se noi riuscissimo a diffondere la sua cultura, a farlo conoscere, amare, rispettare, potremmo far sì che questo prodotto non diventi un fatto negativo. E non lo dico solo io. Il  presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, Piernicola Garofalo, ha lanciato tempo addietro un messaggio diretto ai giovani per quanto riguarda il cibo: che va inteso “come qualcosa di etico, come connubio con la natura, condivisione e lotta agli sprechi, valore antico ma anche attuale da riscoprire e rivalutare. Non qualcosa da utilizzare talvolta anche come strumento autolesionistico”.

E prima ancora presentando una ricerca scientifica aveva  rilevato che i giovani che hanno avuto il primo contatto con l’alcol in ambito familiare (e in Italia sono la maggioranza) mantengono un rapporto con le sostanze alcoliche molto più moderato, sono meno inclini alle ubriacature, rispetto a chi l’esordio lo ha avuto con un gruppo di amici. E aveva aggiunto «Depotenziare l’alcol dalla valenza trasgressiva riducendolo ad una bevanda che, nei modi e nelle quantità opportune, può essere consumato in casa alla presenza dei genitori, è certamente un modo efficace perché non sia vissuto dagli adolescenti come la proibizione da violare e quindi indurli, come spesso accade, a misurare la propria “adultità” con la resistenza al bere”.

Purtroppo il paese ancora non è preparato per dire ad alta voce che il vino non è una negazione. Al contrario chi conosce il vino, lo ama perché il vino è un mondo complesso per molti versi ancora sconosciuto. E non ne abuserà mai proprio perché la sua gratificazione sta nell’entrare dentro lentamente assaporandolo , in questo modo di sensazioni. E’ la capacita di trasmetterti una serie di emozioni che non nascono solo dalla beva, dal sapore, dal fatto edonistico ma da una serie di cose, dal suo matrimonio d’amore con il cibo, dalla sua capacità di farti percepire le diversità che ci sono nel paese Italia e nel paese mondo, di farti entrare e attraversare la storia vera e propria del tuo paese, di quella località, è momento di condivisione con il prossimo, è voglia di abbandono, è desiderio di dialogo, di confronto, di approfondimento, è libertà. E’ una formula magica che racchiude tanti mondi che sono in noi e fuori di noi. E’ una festa dello spirito. E’ un sorriso dell’intelligenza. E tutto ciò richiede tempo, meditazione, concentrazione, lenta lettura dei mille messaggi  che il vino manda al tuo cervello. L’abuso tanto temuto di fronte a questo mondo di sensazioni al quale vieni introdotto è semplicemente un controsenso, uno iato”.

In Francia che la cultura del vino ce l’ha nel sangue il vino entra addirittura nelle scuole elementari.

“Esatto. Ai bambini di quattro anni si parla già di vino così come li portano con matita e quadernino a visitare i giardini di Giverny dove sono nate le più grandi creazioni di Claude Monet. A quell’età non possono sapere cos’è l’impressionismo, ma familiarizzano con i modelli naturalistici ai quali si è ispirato il grande pittore francese. E tutto questo rappresenterà una grande ricchezza quando diventeranno grandi e vedranno nei musei le ninfee di Giverny. Ecco la stessa cosa andrebbe fatta per il vino. Conoscere dove nasce e come nasce l’uva, sapere come prende vita il vino attraverso le sue lavorazioni che si tramandano da secoli, sentire i suoi profumi che rimandano alla terra, alla natura, alla biodiversità del territorio dove si origina, ripercorrere nel tempo la sua storia, tutto questo si trasforma in una spiritualità di valori fondamentali della vita da condividere con il prossimo. E sempre in Francia gli studenti degli istituti superiori o che vogliano fare l’oculista, o l’ingegnere o l’avvocato  si trovano per due anni fera le materie di studio il vino. Da noi in Italia neanche se ne parla. Non solo, la cosa più incredibile è che non se ne parli neanche   nei cinque anni delle scuole alberghiere. E pensare che una delle caratteristiche del vino è proprio quella di introdurre la persona a gustare meglio un piatto esaltandone le qualità. Un’ennesima contraddizione tutta italiana.

Mah, incomprensibili diavolerie”.

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