Coronavirus: gli italiani ricorrono alle mele, crescono i consumi

Torna d’attualità il detto “una mela al giorno toglie il medico di torno”. Le grandi proprietà benefiche delle mele elencate nel sito dell’Humanitas di Milano. Preferire le mele italiane un grande patrimonio di biodiversità. L’elenco delle mele italiane storiche da riscoprire, con le loro caratteristiche

Coronavirus: gli italiani ricorrono alle mele, crescono i consumi

I vecchi consigli della nonna tornano d’attualità in tempi di coronavirus. Il vecchio detto “Una mela al giorno toglie il medico di torno” sembra sia stato preso molto in considerazione in questo periodo in cui siamo rinchiusi in casa e pensiamo a come salvaguardarci dalla pandemia da Covid-19.

Fatto sta che durante il lockdown è stato registrato un balzo degli acquisti di mele del + 18 per cento.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Assomela al primo aprile 2020 relativi alle riserve nazionali scese a 556.714 tonnellate. La tendenza è quella di preferire prodotti con una durata maggiore, facili da conservare ma anche ricchi di proprietà nutrizionali e con molteplici possibilità di utilizzo tutte caratteristiche ben rappresentate dalle mele, che si prestano a essere mangiate fresche da sole, in insalata o macedonia, oppure cotte in composte o come componenti di torte o come elementi aromatizzanti e sgrassanti in arrosti e ricette al forno.

Secondo una informazione sulle proprietà nutrizionali della mela pubblicata sul sito dell’Ospedale Humanitas di Milano una mela contiene solo 64,5 calorie ed è formata all’incirca per il 4% di proteine, per il 2% di lipidi e per il 94% di carboidrati. Si tratta di un’ottima fonte di fluidi perché 150 g di mela contengono 130,35 g di acqua, 0,6 g di proteine, 0,15 g di lipidi, 16,05 g di zuccheri solubili, 2,55 g di fibre (sia pectine solubili che fibre insolubili) ed ancora, 7,5 mg di vitamina C, 198 mg di potassio, 7,5 mg di calcio, 0,3 mg di ferro.

Sempre secondo quanto si legge sul sito dal punto di vista nutrizionale mangiare mele intere è una scelta migliore rispetto a berne il succo; i suoi micronutrienti si concentrano, infatti, soprattutto nella buccia, e il frutto intero è più ricco di fibre e probabilmente anche di polifenoli, molecole benefiche in termini di protezione della salute. In particolare, la mela contiene flavonoli (soprattutto quercetina, ma anche kempferolo e miricetina), catechine (in particolare epicatechina), acido clorogenico, florizina e, nel caso delle varietà a buccia rossa, antocianine. Ed è bene anche ricordare che la mela è invece priva di colesterolo e povera di sodio.

Il basso apporto calorico e il limitato apporto di grassi e sodio rendono – per gli esperti dell’Ospedale milanese – la mela ideale per la salute del sistema cardiovascolare. I principali benefici del consumo di mele derivano, però, dai loro fitonutrienti fra i quali spicca l’acido fitico (0,09 g in 150 g) e dalle loro fibre.

Queste ultime, in particolare quelle solubili come la pectina, aiutano a ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e a normalizzare quelli di zuccheri e di insulina; inoltre la pectina può essere utile in caso di diarrea. Le fibre insolubili promuovono invece la regolarità intestinale, facilitando il movimento del cibo nell’apparato digerente; per questo possono essere utili in caso di stitichezza, diverticolite e di alcuni tipi di cancro.

I risultati di studi epidemiologici portano a ipotizzare che il consumo di almeno una mela al giorno possa aiutare a prevenire alcune forme tumorali (in particolare da quelli del colon retto e ai polmoni). Ricerche preliminari suggeriscono inoltre che il consumo di questi frutti aiuti a proteggere la salute dai fattori di rischio cardiovascolare (aterosclerosi, ipercolesterolemia, obesità e diabete) e da disturbi respiratori (in particolare l’asma). Infine, le mele sembrano esercitare attività antinfiammatoria e antiossidante.

Ci sono purtuttavia – avvertono gli specialisti della Humanitas – possibili controindicazioni delle mele come la sindrome orale allergica, l’orticaria e l’asma indotta dall’esercizio. Il potenziale allergenico del frutto sembra dipendere dalla varietà presa in considerazione. Infine i semi delle mele non devono essere ingeriti in grandi quantità a causa dei pericoli associati all’acido cianidrico presente al loro interno.

La corsa all’acquisto delle mele riguarda un po’ tutte le varietà: dalle Golden alle Gala, dalle Red Delicious alle Fuji fino alle Granny Smith e all’ Annurca, con consumi in crescita fra il 18% e il 23% con un trend in aumento pure per i trasformati come i succhi. Ma, oltre che dai detti tradizionali e dalle sue proprietà benefiche, la popolarità della mela è dimostrata anche dalla sua presenza nella cultura, dal “frutto del peccato” di biblica memoria alla mela che, cadendo, ispirò allo scienziato inglese Isaac Newton la legge della gravità.

 La mela è la primatista dei consumi di frutta nel Belpaese per una per una produzione totale che supera i 2 milioni di quintali che mette l’Italia sul podio europeo appena dietro alla Polonia e davanti alla Francia, grazie ai frutteti in Trentino Alto Adige che rappresenta circa la metà del raccolto italiano, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Campania, Lombardia e Friuli.

Il biblico pomo è anche il frutto italiano più esportato nel mondo con oltre 900.000 tonnellate finite sulle tavole del mondo nel 2019 mentre quest’anno per la prima volta si è aperto il mercato della Thailandia in vista della vendemmia delle mele nella prossima estate.

 Per gli agricoltori che dall’inizio dell’emergenza sono impegnati a garantire le forniture alimentari alle famiglie italiane si pone ora il problema della disponibilità di manodopera per la raccolta. In Italia, secondo la Coldiretti, mancano fra i 150mila e i 200mila lavoratori stagionali rispetto ai 370mila stranieri che ogni anno sono impiegati in agricoltura per la raccolta di frutta e verdura o per i lavori nei campi per effetto delle misure cautelative adottate a seguito dell’emergenza coronavirus da alcuni Paesi europei, dalla Polonia alla Bulgaria fino alla Romania, con i quali occorre peraltro trovare accordi per realizzare dei corridoi verdi privilegiati per i lavoratori agricoli. Con il blocco delle frontiere – precisa la Coldiretti – è a rischio più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere.

Il maggior consumo che si è registrato di mele in questo periodo può essere una occasione per portare maggiore attenzione alle mele di tradizione italiana. Slow Food avverte che le mele oggi sono rappresentative soprattutto di come si sia ridotta la biodiversità di ciò che mangiamo.

Troviamo principalmente cinque varietà, il 90% della produzione: le precoci neozelandesi Gala, le americane Stark, Red Delicious e Golden Delicious, arrivate in Italia negli anni Trenta, oppure le giapponesi Fuji, introdotte negli anni Novanta. Lo sviluppo della melicoltura industriale ha fatto una crudele selezione. Nel solo Piemonte c’erano più di 400 varietà, mentre oggi negli Stati Uniti delle 15.000 varietà conosciute solo undici coprono il 90% del mercato.

E adesso ci sono le “mele club” che Slow Food definisce “l’ultima follia agro-industriale”. Sono una trentina di varietà nuove come le Ambrosia, le Jazz, Modì, Evelina, Kanzi, Rubens o le più famose Pink Lady. Sono brevettate e di esclusiva proprietà di aziende che vendono un pacchetto completo agli agricoltori: piante, fertilizzanti, fitofarmaci. Tutto è controllato – denuncia l’organizzazione – e il margine di scelta di chi coltiva è nullo: anche il prodotto finale viene ritirato da chi possiede il brevetto e immesso sul mercato quando meglio crede.

Viceversa c’è un grande patrimonio italiano che va riscoperto. La melicoltura piemontese, ad esempio, ha una storia antica e gloriosa, iniziata addirittura nell’Alto Medioevo, quando gli ordini monastici coltivano e migliorano le varietà sopravvissute alle invasioni barbariche. Nel Settecento, grazie ai contadini che varcano le Alpi in cerca di lavoro, arrivano dalla Francia nuovi innesti e nuove tecniche colturali. Ancora all’inizio del Novecento il Piemonte possiede migliaia di varietà, ma lo sviluppo dell’agricoltura industriale fa una crudele selezione. Il mercato, infatti, preferisce le varietà straniere: più grandi, più belle e più adatte alle tecniche moderne. Ma non tutto è perduto. Proprio nelle aree marginali (ad esempio nelle valli pedemontane) sono sopravvissute molte vecchie varietà. Alcune di queste possono avere un futuro, non soltanto nei «campi collezioni»: perché sono buone, aromatiche, rustiche e resistenti. Il Presidio ha riportato sul mercato queste otto varietà: la Grigia di Torriana tondeggiante, leggermente schiacciata, gialla, ruvida e rugginosa; la Buras parente delle grigie, ma più simile alle renette; la Runsè è inconfondibile per il colore rosso vinoso e la buccia lucente; la Gamba Fina dalla forma appiattita, colore rosso scuro e polpa bianca; la Magnana piccola e rossa; la Dominici grande, un po’ allungata, con la buccia gialla e leggermente ruvida e la polpa color crema; la Carla piccola, irregolare, giallo-paglierino screziata di rosa; la Calvilla la più aristocratica, bella, aromatica, profumata, ma molto delicata (delle 50 tipologie di Calville esistenti a fine Ottocento, ne sono sopravvissute sei: le migliori sono la Bianca e la Rossa d’Inverno).

Dal Piemonte ci spostiamo nei terreni agricoli alle pendici dell’Etna, all’interno di quello che oggi è un Parco Naturale, un tempo erano coltivate mele, pere e ciliegie, in consociazione tra loro e con altre essenze vegetali delle aree montuose mediterranee.

Proprio le antiche varietà di melo hanno rappresentato fino agli anni ‘70 la più forte e radicata biodiversità pomologica dell’Etna, con una ventina di varietà più o meno diffuse. Le più apprezzate erano quattro: la Cola, bianca e lentigginosa con un sapore leggermente acidulo, la più conosciuta, il cui nome sembra legato ai primi impianti che si trovavano nelle vicinanze del convento di San Nicola a Nicolosi; la Gelato, dolcissima e dal colore paglierino; la Gelato cola, con caratteristiche intermedie tra le prime due, quasi a simularne una mescolanza genetica; ed infine la Cirino (di cui se ne trovano al momento pochissime piante), piccola mela con un buccia cerulea e venature rossastre diffuse.

E si può andare avanti con la famosissima e recuperata Mela Annurca, che non ha più bisogno di presentazioni per passare poi in Veneto per la mela Decio di Belfiore che viene fatta risalire ad epoca romana, frutto di forma appiattita, di colore verde con un sovra colore rosa chiaro che si ottiene ponendo i frutti sulla paglia o esponendoli al sole. Un melo talmente profumato che alcuni frutti in passato erano usati per dare un buon odore ad armadi, cassetti e guardaroba.

Da citare ancora la deliziosa mela Rosa dei monti Sibillini coltivata da sempre nelle Marche, in particolare tra i 450 e i 900 metri di altitudine. Ha un solo difetto, agli occhi del consumatore moderno frettoloso e disinformato: l’aspetto, perché “sono piccoline, irregolari, leggermente schiacciate e con un peduncolo cortissimo, insomma, buone ma poco appariscenti”. Ma grazie al Presidio Slow Food se ne ritorna a parlare.

E non si può non chiudere questo elenco della grande biodiversità italiana senza ricordare la mela Zitella alla quale First&Food ha dedicato un articolo nell’agosto dello scorso anno. Una mela molto apprezzata nel sud d’Italia, però a diffusione limitata per il suo aspetto non esuberante come quello delle mele da supermercato. Anche questa mela si coltiva, oltre i 500-600 metri in Molise, in Abruzzo e in alcune zone della Campania. Nella cittadina di Agnone, famosa per ospitare la più antica fabbrica di campane del mondo, fornitrice ufficiale del Vaticano, l’unica a potersi fregiare dello stemma Pontificio, gli alberi di Mela zitella danno un tocco di raffinatezza ai giardini delle case signorili della città. E a Natale un cesto di mele zitelle non può mancare da nessuna tavola perché ritenuto benaugurante.

Diffusa e conosciuta fin dai tempi degli antichi romani, la mela Zitella conobbe un momento di particolare splendore nel XVII secolo per l’usanza di svuotare i frutti della loro polpa e riempirli di olio di gelsomino utilizzandole così come candele profumate. A motivo della sua profumazione molto intensa e permanente veniva, inoltre, impiegata come deodorante per profumare armadi, vestiti e biancherie e cucine.

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