Agroalimentare: è andata meglio di altri settori con il Coronavirus

Una ricerca pubblicata dal CREA non giudica negativamente il lungo periodo di lockdown. Due modelli di calcolo che non hanno considerato la mancanza di manodopera.

Agroalimentare: è andata meglio di altri settori con il Coronavirus

Quando si dice che l’agricoltura italiana deve essere sostenuta, perché è all’origine di una catena virtuosa e sostenibile, si dice una cosa vera. Quando, come in queste settimane di angoscia sanitaria, si sostiene che è stata devastata dal coronavirus, si dice una mezza verità. I risultati di due modelli econometrici hanno dimostrato come l’agroalimentare, in fondo, non sia tra i settori più colpiti dal calo del PIL di questi mesi. Misteri degli algoritmi che di fatto oscurano le proteste del mondo agricolo e i milioni di perdite accumulati . Per non dire delle colture bio, degli sprechi, della mancanza di manodopera nei campi, quest’ultima risolta solo grazie al deciso intervento sulla regolarizzazione della Ministra Teresa Bellanova.

Un gruppo di ricerca – Annalisa Zezza, Roberto Solazzo, Federica Demaria – ha studiato le vicende del mondo agricolo mediante due modelli di calcolo molto conosciuti: AGMEMOD e CAPRI. Lo studio “Valutazione dell’impatto sul settore agroalimentare delle misure di contenimento COVID-19” è stato pubblicato dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia, CREA.  

E i risultati per il secondo comparto dell’economia italiana sono tutt’altro che depressivi. Ci vogliono interventi di miglioramento che la politica deve mettere in campo, ma tutto sommato la situazione non è drammatica. Pensate, il sistema AGMEMOD è utilizzato addirittura dalla Commissione Europea per la comparazione con altri studi di settore.

La ricerca approda a due scenari. Il primo di AGMEMOD dice che fino al 2023 ci saranno cali di consumo di mele e di latte, mentre carni, formaggi, cereali e derivati restano stabili rispetto alle previsioni pre Covid19. Il secondo scenario di CAPRI, descrive una riduzione del reddito agricolo e zootecnico, superiore all’ipotizzata variazione del PIL. Una piccola crepa. Ma la sintesi di tutto è che “il settore agricolo italiano sembra, comunque, meglio sopportare lo shock pandemico, probabilmente per il peso rivestito dall’ortofrutta”. È bene ricordare che le aziende dell’ortofrutta durante il lockdown sono state in prima linea nelle proteste per non vedere marcire la frutta e per la mancanza di manodopera. Pensiamo alla raccolta di mele in Trentino Alto Adige o di agrumi nel Sud Italia. Sono aspetti assai evidenti nella crisi di questi mesi ma non considerati nei due modelli utilizzati per la ricerca, ci avvertono i curatori. Il senso della realtà sta nella loro raccomandazione alla politica di facilitare l’accesso delle imprese al lavoro sia degli immigrati che della forza lavoro disponibile da altri settori.

A livello sistemico in una congiuntura ritenuta non sfavorevole, la ricerca consiglia di garantire l’accesso al cibo alle fasce più vulnerabili della popolazione, di riconoscere come essenziali tutte le parti della filiera agroalimentare, di garantire l’integrità dei prodotti con misure che rafforzino la tracciabilità, di vigilare su barriere sanitarie e fitosanitarie, di evitare speculazioni sui prezzi. Un lavoro utile, suddiviso tra freddi calcoli ottimistici e consigli per l’avvenire. Ricordiamoci solo che in mezzo ci sono persone, aziende,diritti,posti di lavoro

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